Tu leggi? Io scelgo ...#3 Il faraone delle sabbie di Valerio Massimo Manfredi


Eccoci al terzo appuntamento con la rubrica Tu leggi? Io scelgo ideata da Chiara,la lettrice sulle nuvole e Rosaria di Niente di personale.
Questa volta dovevo scegliere dal blog di Stefania Crepaldi,Io leggo.

La mia scelta è ricaduta su questo libro di Valerio Massimo Manfredi, scrittore che mi piace tanto, ma che ahimè, questa volta mi ha deluso, e adesso vi spiego il perché.


Titolo: Il faraone delle sabbie
Autore: Valerio Massimo Manfredi
Editore: Mondadori
Collana Oscar bestsellers
In commercio dal 23 novembre 1999
Formato: Tascabile
Cartaceo: € 10,20
Ebook: € 7,99


Descrizione

Gerusalemme, assedio babilonese del 586 a. C.: fuggendo attraverso un tunnel, il profeta Geremia porta in salvo l'Arca dell'Alleanza e la nasconde in una cavità del monte Horeb. Ritorna spaventato e sconvolto da una scoperta che sembra avergli cancellato il senno. Poi, scompare nel nulla... Medio Oriente, II millennio d.C.. Il professor William Blake, egittologo di fama mondiale, viene prelevato nel cuore della notte dagli emissari di una compagnia di scavi per esaminare una strana tomba egizia. E mentre lo scontro fra i terroristi palestinesi e il Mossad rischia di far esplodere la polveriera del Medio Oriente, Blake si trova davanti al più misterioso caso della sua vita. La tomba di un faraone nel deserto Paran, migliaia di chilometri lontano dal Nilo. Un'ipotesi sconvolgente che si fa strada nella sua mente, un'ipotesi che potrebbe far crollare i più sottili equilibri del mondo... Thriller magistrale e rompicapo archeologico, "Il faraone delle sabbie" inchioda il lettore a un'avventura estrema e misteriosa. Che non conosce, fino all'epilogo, un solo momento di pausa.

Recensione

Il profeta Geremia decide di trafugare dal Tempio di Gerusalemme l'Arca dell'Alleanza per salvarla dall'assedio di Nabucodonosor. Dopo una pericolosa e altrettanto faticosa attraversata del deserto raggiunge il Monte Horeb dove decide di nasconderla in una grotta. Mentre sta tornando indietro scivola e scopre un'altra parte della grotta contenente un sarcofago. La scoperta lo sconvolge e fugge. Dopo aver incontrato Baruc in una Gerusalemme devastata dall'esercito babilonese, si allontana per sempre dalla città: nessuno lo rivedrà più.
E' una strana sepoltura egizia quella che Geremia ha visto, ma perché un faraone dell'Egitto è stato sepolto in questa zona del deserto? Cosa nasconde in realtà quell'ipogeo trovato per caso da una compagnia di scavi americana dei giorni nostri?


Sarà William Blake, archeologo americano a risolvere il caso e a svelare l'identità del faraone.

Non vi dico chi è, ma posso dire che il romanzo nella prima parte è particolarmente noioso, forse gli archeologi potrebbero trovarla interessante, ma non chi non è un addetto al mestiere come me.
Passata la prima parte arriviamo al punto forte della narrazione, la vicenda si fa più movimentata e c'e più azione peccato però che alcune vicende mi sono sembrate poco probabili e fantasiose, forse anche troppo. Non so perché ma questa volta Manfredi mi ha delusa e non è riuscito a catturare del tutto la mia attenzione.
Perché poi questa tomba potrebbe mettere in crisi le tre religioni monoteiste si capisce poco.

Il finale, pieno di colpi di scena, mi è sembrato un po' affrettato, come se tutto dovesse finire alla svelta per passare ad altro. Terrorismo, archeologia, estremismo, avidità sono i temi trattati per la maggiore, ma nessuno dei personaggi implicati in questa vicenda ha saputo coinvolgermi. Sicuramente le mie aspettative erano alte, ho già letto parecchi libri di Manfredi e mi sono sempre piaciuti. Questo però no. Ne ha scritto di migliori.


Vi lascio il calendario delle altre recensioni di Questa rubrica.
Buona lettura.


Questa volta leggo...#5 Demelza di Winston Graham











Titolo: Demelza
Autore: Winston Graham
Editore: Sonzogno
Data di pubblicazione: 2 febbraio 2017
Pagine: 496
Cartaceo: € 19,00 
E book € 9,99 formato Kindle

Descrizione

Cornovaglia, 1788-1790. Le nozze tra Ross, gentiluomo dal carattere forte, avverso alle convenzioni sociali, e Demelza, bella, brillante, ma figlia di un povero minatore, hanno scandalizzato l’alta società locale, che non approva il matrimonio di un nobile con una plebea. E così Demelza, pur facendo il possibile per assumere le maniere di una signora raffinata, fatica a conciliare il mondo da cui proviene con quello cui ora appartiene, e si sente umiliata dai modi altezzosi di chi la circonda. Questo non le impedisce però di stare al fianco di Ross, che si trova ad affrontare la grave crisi economica in cui versa il distretto: l’industria del rame è infatti sull’orlo del collasso a causa di banchieri senza scrupoli, come lo spietato George Warleggan. Mentre dalla Francia soffiano i venti della rivoluzione e il malcontento dei minatori, ridotti alla fame, sembra pronto a esplodere, Ross decide di sfidare i potenti nel tentativo di riportare giustizia e prosperità nella terra che ama, nonostante il rischio di perdere tutto ciò che ha costruito. Tra sfarzosi eventi mondani, passioni maledette e amori ritrovati, tempeste di feroce bellezza e naufragi che sembrano benedizioni per la povera gente, Ross e Demelza tornano con il secondo episodio della saga di Poldark, vero e proprio classico tra i romanzi storici.



Eccoci ad un nuovo appuntamento con la rubrica Questa volta leggo ideata da Laura La Libridinosa, Dolci di Le mie ossessioni librose e Chiara la lettrice sulle nuvole.

Ogni mese scegliamo un argomento e poi ognuna di noi  recensisce un libro.
Questa volta il libro in questione doveva avere almeno 300 pagine. Io ho scelto Demelza e ora vi lascio il mio pensiero.

Demelza è il secondo libro di Winston Graham dedicato ai Poldark e copre gli anni che vanno dal 1788 al 1790.
Sono anni molto difficili, dalla Francia arrivano notizie poco rassicuranti: il popolo, stanco dei soprusi dei nobili sta per insorgere e in Inghilterra la situazione non è delle migliori. Alcune miniere sono costrette a chiudere, gli aristocratici, a causa di investimenti poco accorti e nel caso del cugino di Ross per colpa del gioco, stanno perdendo sempre di più le loro ricchezze a favore di una classe emergente fatta di affaristi e rampicatori sociali piuttosto aggressivi. Il clima della Cornovaglia, instabile e imprevedibile non aiuta e i minatori sono sempre più poveri e affamati. Nei villaggi scoppiano tumulti che non hanno niente da invidiare nei confronti di quelli  francesi e la situazione si fa sempre più pericolosa, non solo, frequenti casi di febbre e gonfiori alla gola mietono numerose vittime nella popolazione.
Ross e Demelza, pur forti nel loro amore, si scontrano con questa situazione e spesso perdono amaramente, ma è innegabile che la penna di Winston Graham rende la storia affascinante. Molto belle sono le descrizioni dell'ambiente circostante: sa rendere molto bene l'idea della furia delle onde che si abbattono sulle coste della Cornovaglia, quella delle tempeste che distruggono i raccolti e soprattutto l'umanità che mette nel parlarci della vita difficilissima dei minatori: è palpabile la loro stanchezza, la loro sofferenza nell'affrontare spesso una vita fatta di sacrifici e stenti.

Ci sono passi che commuovono, che fanno battere il cuore dalla paura (specialmente quando l'autore parlati un episodio molto particolare nella vita di Ross di cui non vi dico nulla per evitare spoiler),soprattutto riguardo alla continua lotta per ostacolare un destino crudele che continua ad abbattersi sui nostri personaggi.

Ammiro molto la figura di Ross, l'impegno che mette nell'occuparsi della sua famiglia, ma anche della povera gente che lo circonda per cui è disposto anche a rischiare la propria vita. E' un personaggio che va oltre le convinzioni sociali e che quindi viene spesso sbeffeggiato insieme alla moglie dagli aristocratici fasulli che lo circondano per le sue continue lotte in favore degli umili. E' un eroe un po' atipico con una moglie dolce e altruista disposta a tutto per aiutare le persone che ama di più.

Graham ha saputo rendere tutta la vicenda interessante sia dal punto di vista umano che storico, una delle qualità che più amo in uno scrittore.

Qui sotto trovate il calendario con gli altri appuntamenti di questa rubrica.













Il bistrò dei libri e dei sogni di Rossella Calabrò


Titolo: Il bistrò dei libri e dei sogni.
Autore: Rossella Calabrò
Editore: Sperling & Kupfer
Data di pubblicazione  6 febbraio 2018
Pagine: 252
Cartaceo: € 16,90
ebook : € 9,99

Descrizione

Nel cuore di Milano c'è un delizioso bistrò, con grandi librerie di legno da cui si affacciano centinaia di volumi e l'aria che profuma di torte. Il posto ideale per rilassarsi sorseggiando del tè o magari, con un calice di vino bianco in mano, chiacchierare, lavorare, e intanto lasciarsi consigliare romanzi, saggi, fumetti da Petra, la proprietaria: quarant'anni da un po' e una disordinata massa di capelli che porta con orgoglio. Ogni giovedì sera, nella luce soffusa del suo Bistrò dei Libri e dei Sogni, Petra ospita un corso di Scrittura Creativa. Con lei, Armando, medico in pensione novantenne, dall'animo frivolo e lo sguardo da bambino, appassionato di tip-tap; Blanche, boccoli in stile Shirley Temple, architetto mancato, di mestiere imbianchina e ideatrice di fiabe; Linda, domestica e babysitter dal sorriso cauto e lo sguardo saggio da divinità inca; e poi lui, Dylan Altieri, l'eccentrico e affascinante insegnante. Alto, dinoccolato, occhi azzurri, viso scarno e capelli folti, appena brizzolati, e l'aria di chi ha sempre occupato posti di comando e che ora ha scoperto la meraviglia di perdersi in un sorso di cioccolata calda, accoccolato in una poltroncina anni Venti di un bistrò. Cinque bizzarri quanto speciali protagonisti, ognuno alla ricerca del proprio sogno tra le pagine di un libro. Perché i libri, si sa, sono degli incredibili, splendidi, stupefacenti contenitori di sogni: i sogni di chi li scrive, e i sogni di chi li legge. Dall'autrice del bestseller Cinquanta sbavature di Gigio, un irresistibile, ironico e irreverente romanzo che vi farà sorridere e sognare.

Recensione

Occhi bellissimi, un'espressione "beata e sensuale", così la Calabrò introduce il personaggio di Dylan Altieri nelle prime pagine del suo libro che oltre al titolo, mi ha colpito soprattutto per la bellezza della sua copertina. Memore delle fregature prese in passato dei libri che parlavano di libri, mi sono avvicinata a questo con una lentezza esasperante, l'ho osservato da lontano, l'ho studiato, ho letto le varie recensioni e poi mi sono detta: perché no? Proviamo. E mi si è aperto un mondo.
Un mondo fatto di sogni e speranze, di ironia che mi ha fatto ridere e commuovere e che mi ha suggerito un modo diverso di approcciarmi ai libri, forse rischioso, ma sicuramente più divertente e spensierato.
Dylan insegna scrittura creativa nelle scuole ed essendo un assiduo frequentatore del Bistrò dei libri,  dove si può acquistarne e  bere un caffè, accetta con tutto l'azzurro che emanano i suoi occhi e con entusiasmo di tenere un corso proprio al Bistrò. I frequentatori sono quattro: Armando, un medico in pensione, Blanche un'imbianchina dal carattere tosto, Linda, una baby sitter proveniente dall'Ecuador e la padrona del locale.
Il metodo di insegnamento di Dylan è particolare, strampalato, metodo che alla fine però si rivelerà essere efficace nell'aiutare i partecipanti a muovere il proprio inconscio e a spingere ognuno di loro ad aprirsi ai propri sogni e a lasciarsi andare grazie appunto ai libri che vengono utilizzati durante il corso. E leggendo il libro della Calabrò se ne incontrano davvero tanti, e tanto si può imparare ascoltandoli, senza sfogliarli, ma semplicemente tenendoli chiusi nelle proprie mani.
E così il libro ti fa pensare, immaginare e sognare, comunicando magari qualcosa di diverso da quello che si può trovare nelle sue pagine, ma comunque sempre utile. Ascoltando il messaggio del libro si può ascoltare anche la propria vita.

"Oppure Dylan era stato veramente un sogno. Che tutti noi del Bistrò avevamo sognato perché sentivamo il bisogno di ascoltare le nostre vite, di capire cosa avevano da proporci, e ci serviva qualcuno che ci insegnasse a farlo. In realtà quel qualcuno eravamo noi stessi, ma si sa che siamo tutti un po' matti e non riusciamo mai a credere nelle nostre risorse."

E come si fa a lasciarsi trasportare dai sogni?


"I libri sono degli incredibili, splendidi, stupefacenti contenitori di sogni. i sogni di chi li scrive, e i sogni di chi li legge. Basta aprire il cuore, o il mantice, e i sogni vibrano, vengono soffiati fuori in tutta la loro potenza. E voi, voi, potete diventare con un po' di tecnica, dei meravigliosi romanzi viventi."

La Calabrò quindi ci ha regalato una fiaba speciale, un divertente spaccato di vita quotidiana fatto di incontri casuali che possono cambiare la propria vita e il modo di approcciarsi alle persone.

Per questo abbiamo ospitato Dylan qui nel Bistrò: per insegnare a tutti come sceglier il proprio sogno."

Arrivati alla fine forse scopriamo che quando Shakespeare nella Tempesta dice:

"Siamo fatti anche noi della stessa materia di cui sono fatti i sogni, e nello spazio del tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita:"

Non aveva tutti i torti!

Naturalmente alla fine della lettura mi sono detta che sarebbe davvero bellissimo frequentare un posto così, magari con una padrona ironica e divertente come Petra, dove incontrare gente nuova e stimolante, scambiarsi idee e fare nuove amicizie, perché conoscere gente nuova può sempre aprire il nostro animo e la nostra mente a nuove avventure e a nuove possibilità proprio come accade ai frequentatori del Bistrò di cui parla il libro.

Non si uccide per amore di Rosa Teruzzi



Descrizione

Un biglietto, ormai ingiallito, trovato in una vecchia camicia a quadri nel fondo di un armadio, riporta la memoria di Libera, la fioraia del Giambellino, all'episodio più doloroso della sua vita. Quella camicia è del marito, ucciso vent'anni prima senza che mai sia stato trovato il colpevole, e quel biglietto sembra scritto da una donna. Ma tanto tempo è passato: perché riaprire antiche ferite? Libera ha sempre cercato di dimenticare, piano piano ha messo su un'attività che funziona, se la cava abbastanza bene, altri uomini la sfiorano e la corteggiano. Eppure, quel buco nero della sua esistenza continua a visitare le sue notti insonni, tanto più che – ora lo vede bene – alcuni particolari, nell'archiviazione del caso, la convincono sempre meno. E così, dopo essersi improvvisata detective, nei romanzi precedenti, per risolvere i casi degli altri, questa volta Libera vuole trovare il coraggio per rivangare le vicende del suo passato. Con l'aiuto della madre, eccentrica insegnante di yoga dalla battuta facile e dai costumi spregiudicati, e di una giovane cronista di nera con un sesto senso per i misteri – e nonostante la vana opposizione della figlia poliziotta – Libera si spingerà dalla sua Milano fino in Calabria, per trovare una risposta alle domande che l'opprimono da vent'anni e per guardare in faccia l'amara verità. E per scoprire che forse il nemico si nasconde molto più vicino di quanto avesse mai immaginato.

Recensione

Eccolo finalmente il terzo libro di Rosa Teruzzi.
Lo aspettavo con ansia perché forse, finalmente, la nostra scrittrice di gialli ci svela cosa è successo realmente al marito di Libera, la nostra fioraia preferita.
Nel suo casello vicino al Naviglio Grande la ritroviamo in pena, tormentata da incubi riguardanti la morte del marito. Quella sua strana calma che l'ha sempre caratterizzata è stata brutalmente scossa dal ritrovamento di uno strano biglietto che l'ha riportata di colpo alla sera della morte di Saverio.
E la Teruzzi con grande maestria ci dona una figura di donna preoccupata e desiderosa di scoprire la verità, in ansia per Vittoria, la figlia decisamente antipatica che ha uno strano ragazzo di cui non si sa nulla, una Vittoria perennemente arrabbiata la cui risata, che secondo Saverio ricordava tanti campanelli, non si sente più da anni, scomparsa con la morte del padre e sostituita da un muro di risentimento e rabbia così spesso che ci possiamo quasi sbattere contro grazie alla scrittura limpida e precisa di Rosa.
In questo mondo c'è anche Iole, la madre di Libera, sfacciata e impertinente tanto quanto la figlia è timida e insicura, una donna che si getta nella vita senza curarsi di quello che può pensare la gente, forte quanto basta per decidere di investigare con la figlia sul caso del genero.
A fare da contorno alla vicenda ritroviamo poi alcune figure molto simpatiche come il giornalista Cagnaccio e la sua aiutante, la Smilza, che danno a Libera e Iole gli input giusti per arrivare alla soluzione del caso.
Tutto però verrà turbato da una nuova consapevolezza: Libera è innamorata di Gabriele, collega prima di Saverio e poi di Vittoria, che purtroppo sembra avere una storia d'amore con una collega nervosa e antipatica al pari di Vittoria se non di più.
La vicenda è narrata attraverso sorprese ben orchestrate. Mentre si legge il libro ci si immagina un finale e poi la Teruzzi sconvolge tutto con nuove rivelazioni, perché spesso le cose sono molto più semplici di quello che ci si aspetta...
Tocco da maestro poi è il finale dove Rosa introduce un nuovo personaggio la cui storia ci sarà raccontata nel prossimo libro, che naturalmente non vedo l'ora che esca.
A proposito, al casello tornerà la risata di Vittoria finalmente. Per pagine e pagine mi sono chiesta se fosse riuscita a cambiare atteggiamento nel confronti della madre e del mondo. Diciamo che sta facendo qualche passo nella direzione giusta. Speriamo si metta d'impegno, e che Gabriele, l'uomo di cui è innamorata Libera faccia la scelta giusta, perché Libera, a dispetto del nome che porta non si lascia mai andare, è sempre intrappolata e chiusa in se stessa, incapace di dare sfogo ai suoi sentimenti, quindi Gabriele resta la nostra unica speranza.

A cantare fu il cane di Andrea Vitali



Descrizione

La quiete della notte tra il 16 e il 17 luglio 1937 viene turbata a Bellano da un grido di donna. Trattasi di Emerita Diachini in Panicarli, che urla «Al ladro! Al ladro!» perché ha visto un’ombra sospetta muoversi tra i muri di via Manzoni. E in effetti un balordo viene poi rocambolescamente acciuffato dalla guardia notturna Romeo Giudici. È Serafino Caiazzi, noto alle cronache del paese per altri piccoli reati finiti in niente soprattutto per le sue incapacità criminali. Chiaro che il ladro è lui, chi altri? Ma al maresciallo Maccadò servono prove, mica bastano le voci di contrada e la fama scalcinata del presunto reo. Ergo, scattano le indagini. Prima cosa, interrogare l’Emerita. Già, una parola, perché la donna spesso non risponde al suono del campanello di casa, mentre invece è molto attivo il suo cane, un bastardino ringhioso e aggressivo che si attacca ai polpacci di qualunque estraneo. E il Maccadò, dei cani, ha una fifa barbina.
A cantare fu il cane ci offre una delle storie più riuscite di Andrea Vitali. I misteri e le tresche di paese, gli affanni dei carabinieri e le voci che si diffondono incontrollate e senza posa, come le onde del lago, inebriate e golose di ogni curiosità, come quella della principessa eritrea Omosupe, illusionista ed escapologa, principale attrazione del circo Astra per le sue performance, ma soprattutto per il suo ombelico scandalosamente messo in mostra. E per la quale, così si dice, ha perso la testa un giovanotto scomparso da casa…

Recensione

E' da tempo che vitali è entrato a far parte delle mie letture quotidiane, è una specie di costante che non mi delude mai.
Con i suoi libri ho riso, mi sono commossa, sono entrata in contatto con una realtà diversa per me, ma non per questo meno interessante.
Anche in questo libro ritroviamo la figura del maresciallo Maccadò, uomo integerrimo e puntiglioso, una figura rassicurante perché sempre disponibile nei riguardi del prossimo e capace di risolvere i casi più assurdi.
E in questo libro ce ne sono ben tre di casi da risolvere, tre casi strani, apparentemente semplici e scollegati fra di loro, ma che in realtà non lo sono e che creeranno non poche gatte da pelare al nostro maresciallo.

Abbiamo uno strano furto in casa di Emerita Diachini in Panicarli, solitaria moglie di Achille Panicarli, manovale bellanese in forza alle maestranze fasciste in Africa e proprietaria di un cagnolino piuttosto fastidioso e aggressivo e la fuga di un certo Caiazzi, ragazzo sempre nei guai e ladro imbranato, preso alla sprovvista dalle urla delle Diachini; una vecchietta che ha perso la memoria e che si ricorda solo il suo nome, l'età e il luogo da cui proviene (che pare non esista); infine un ragazzo di buona famiglia in procinto di fidanzarsi che decide di punto in bianco di fuggire da Bellano per correre dietro ad una strana principessa etiope.

Attorno a questi personaggi ben delineati abbiamo una serie di figure molto interessanti.

Ad ognuno di loro Vitali ha dato nomi particolari spesso con chiare allusioni al loro carattere ora dispotico, ora debole, lacrimoso o sensibile all'eccesso..
Quella di Vitali di scegliere i nomi dei personaggi è una vera e propria abilità, un segno distintivo dei suoi libri in grado di far divertire il lettore.

Per quanto riguarda i personaggi ne abbiamo di tutti i tipi: gente semplice del paese dedita al proprio lavoro  che si scambia pettegolezzi usando termini dialettali e anche un certo gergo da bar; Suor Venezia che si prende cura degli ammalati con dedizione e una grande energia; un maestro, tal Fiorentino Crispini (e qui non si può fare a meno di pensare a Firenze, patria della lingua italiana), che scrive un articolo sul furto con un linguaggio forbito da uomo colto e preparato, ma che ahimè è ricco di così tante imprecisioni che Maccadò lo accusa di diffondere notizie false e tendenziose. Poi c'è lui, il dottore Ambio Gonico, dall'atteggiamento arrogante e spocchioso che usa termini dotti per mettere a tacere persone che non considera alla sua altezza.

Oltre ai personaggi a cui Vitali dedica una cura quasi maniacale (cosa che a me piace parecchio), notevoli sono anche i riferimenti geografici riguardanti le vie percorse dagli abitanti, come l'ormai famosa via Manzoni o l'imbarcadero, punti focali del romanzo. 
Trovo poi molto interessanti i riferimenti a quell'impero italiano di stampo fascista durato così poco da assomigliare al lieve battito d'ali di una farfalla, quasi inesistente in una Bellano non ancora toccata dalle atrocità della guerra che da lì a poco infiammeranno il continente europeo.

E' un libro divertente, una commedia degli equivoci ironica e scritta bene, con quei capitoli corti che dicono e non dicono e che fanno andare avanti nella lettura con curiosità e aspettative che non vengono mai deluse. Proprio come succede con tutti i libri del dottor Vitali.

Un albero al contrario di Elisa Luvarà



Descrizione

Quando varca la soglia della comunità, Ginevra ha solo due grossi sacchi neri. Dentro c’è tutta la sua vita di undicenne: giocattoli, vestiti e quaderni accumulati in anni passati tra istituti e famiglie affidatarie, in cerca di un posto da chiamare “casa”. Adesso non sa cosa aspettarsi: e se i bambini e gli educatori fossero cattivi come li immagina nei suoi incubi? O, peggio, se la mandassero via ancora una volta? Per fortuna, quel mondo bizzarro è pronto a stupirla: c’è la signora Tilde, che le prepara grandi tazze di cioccolata calda; c’è Verde, la compagna di stanza, chiamata così perché ha i capelli tinti di color asparago; c’è Bao Kim che non sa parlare bene, ma ha sempre voglia di ridere e giocare. E poi c’è Agape, bello come una creatura marina, che le stringe la mano ogni volta che ne ha bisogno, facendole provare qualcosa di nuovo e speciale. Con loro Ginevra sente di non essere sola: in comunità tutti hanno storie dure alle spalle, ma insieme si fanno coraggio, e quando si ritrovano intorno al tavolo sanno che è a questo, in fondo, che serve una famiglia. Un romanzo toccante e vitale, che insegna a sperare e a non lasciarsi abbattere. Perché anche senza radici si può trovare la forza per crescere.

Recensione
La protagonista di questo romanzo è Ginevra, una bambina sola, affidata ad una famiglia che non la vuole più e che è costretta a trasferirsi in una comunità. Ha paura, paura della nuova vita che l'aspetta, dei bambini che incontrerà, ma stranamente quando entra nella sua nuova casa prova sollievo, come se si fosse tolta un peso enorme.
Ginevra non è una bambina adottabile, i suoi genitori, che sente e vede regolarmente non hanno nessuna intenzione di rinunciare a lei, pertanto deve rimanere in comunità  fino a quando non troveranno una nuova famiglia che si possa prendere cura di lei, si troverà però così bene in comunità da non voler più andare via e da non riuscire ad accettare il distacco dagli altri bambini che verranno dati in affido. 
L'albero al contrario del titolo è lei, perché sente di non avere radici, di non appartenere a nessuno e con molte difficoltà accetterà poi di andarsene dalla comunità perché non si è mai sentita amata così tanto che da quando è arrivata in quella casa e ha conosciuto Tilda, la direttrice e i suoi amici Verde, Agape e i bimbi più piccoli.
La vicenda di Ginevra è complicata, ma la scrittrice ce la presenta in modo preciso, volto a rendere in pieno la reale condizione psicologica della bambina, i suoi pensieri più intimi e profondi, il suo desiderio di amare ed essere amata. Spesso il racconto è lento, forse per aiutare il lettore a conoscere e comprendere a fondo Ginevra, i suoi sentimenti, le sue paure e soprattutto le sue aspettative, ma non per questo il libro è meno bello.
La scrittrice ha vissuto in prima persona l'esperienza di Ginevra ed è forse proprio questo a rendere il libro speciale ricordando a tutti noi che   purtroppo ci sono tanti alberi al contrario che aspettano di trovare famiglie amorevoli che si occupino di loro.